Riunione Circolo Sinistra Ecologia Libertà Altotevere Umbro
Il Circolo Sinistra Ecologia e Libertà di Città di Castello si riunirà VENERDI' 9 APRILE 2010 alle ore 21 presso la Sala Gruppi Consiliari del Comune di Città di Castello.
L'incontro è aperto a tutti. Buona giornata. -- Sinistra Ecologia Libertà Altotevere Umbro Sede: Via Plinio il Giovane n. 4/a Città di Castello L'evento su Facebook: http://www.facebook.com/event.php?eid=108984009135909&ref=mf
Per riflettere sul senso del lavoro, della libertà e della coscienza di classe
Brano tratto da "Introduzione alla storia dei sistemi economici in Europa dal feudalesimo al capitalismo", di Ciro Manca
Secondo la magistrale sintesi di Bloch «nella signoria l'aspetto economico era primordiale. In essa i poteri del capo ebbero, sin dall'origine, lo scopo, se non esclusivo per lo meno preponderante, di assicurargli dei redditi mercé il prelievo sui prodotti del suolo. Una signoria dunque era, anzitutto, una "terra" - il francese parlato quasi non conosceva per essa altro termine -, ma una terra abitata da sudditi... Il diritto reale superiore che il signore esercitava sulla capanna, sul lavoro, sul terreno del villano si traduceva... soprattutto nella riscossione di tasse e di servigi. Questi ultimi consistevano, per la maggior parte, in corvées agricole effettuate sulla pars dominica (riserva signorile)... I cànoni e le corvées... altro non erano stati, inizialmente, che il segno della dipendenza in cui si eran trovati gli abitanti nei confronti d'un capo di villaggio, di tribù o di clan, o di un patrono di clientela, a poco a poco mutatisi in veri e propri signori» (1). Con l'andare del tempo «gli abusi di forza dei padroni non avevano più altri contrappesi - conclude Bloch - che la meravigliosa capacità d'inerzia della massa rurale» (2). Ci sia consentito d'osservare che l'acquiescenza della massa rurale, la «meravigliosa capacità d'inerzia» sulla quale Bloch sembra ironizzare, era nutrita dal bisogno insopprimibile d'accedere alla terra - oggetto pressocché esclusivo del lavoro - nella sola maniera possibile: sottomettendosi al patronato della classe signorile. Tra età moderna e contemporanea, sui fattori produttivi si stabilisce l'eminenza del capitale; sui produttori, parallelamente, la preminenza dei capitalisti. Ne deriva un tipo di sistema economico - che diciamo capitalistico perché fondato, prima di tutto, sull'impiego massiccio del capitale - nel quale si fronteggiano le classi, grandi e composite, dei proprietari di mezzi materiali di produzione diversi dalla terra e dei proprietari di forza-lavoro sciolti da residui vincoli d'origine feudale. I rapporti di produzione e distribuzione sono regolati per contratto, liberamente, ma il potere contrattuale è squilibrato a vantaggio dei capitalisti. Seguiamo il ragionamento di Dobb: «Nel caso del moderno salariato, la specifica limitazione alla sua libertà che ci interessa è la sua incapacità a guadagnarsi da vivere se non attraverso la conclusione di un contratto di lavoro con coloro che hanno la terra o il capitale per metterlo al lavoro. E' certamente possibile confrontare la sua posizione, rispetto alla libertà ch'essa consente, con quella dei datori di lavoro in quanto classe; e questo è il punto importante per il nostro scopo. I suoi datori di lavoro hanno meno urgenza (dal momento che posseggono proprietà) di concludere un contratto con lui, di quanta ne abbia il lavoratore di concluderlo con loro: quelli possono diventare salariati, se ciò dovesse sembrar loro opportuno, e possono, probabilmente, avere accesso ad altre occupazioni, da cui questo è precluso per mancanza di mezzi; mentre il lavoratore difficilmente potrà passare dall'altra parte e diventare datoire di lavoro, se non per un caso rarissimo e fortunato... Quindi il lavoratore, a causa della sua minore libertà economica - della sua scelta più circoscritta - dipende dal capitalista in grado maggiore e in senso più significativo di quanto il capitalista dipenda lui: un fatto che avrà, evidentemente, una influeza fondamentale sul contratto salariale fra i due» (3). Portandoci più avanti, e badando all'essenziale, noi potremmo concludere che il superiore potere contrattuale del capitalista coincide col suo superiore potere d'acquisto, ch'egli cede parzialmente e provvisoriamente al lavoratore, bisognoso di sussistenza, sotto forma di salario anticipato sulla conclusione del ciclo lavorativo, al quale entrambi partecipano. Questo stato di cose, in un periodo storico determinato, ha consentito di massimizzare i profitti minimizzando i salari ai limiti e sotto i limiti di povertà. Agl'inizi del secolo scorso, in uno dei popolari Dialoghi della signora Marcet, citato anche da Dobb, se ne teorizzava in questi termini: «Se il valore prodotto del lavoratore eccede quanto egli ha consumato, l'eccedenza costituirà un reddito per il suo datore di lavoro; e si osservi che un reddito non può ottenersi altrimenti che con l'impiego dei poveri... Il ricco e il povero sono necessari l'uno all'altro, precisamente come nella favola del ventre e degli arti; senza il ricco, il povero morirebbe di fame; senza il povero, il ricco sarebbe costretto a lavorare per il proprio sostentamento» (4). Le conseguenze sociali di tali rapporti economici si trovano stampate nelle pagine di Engels e Dickens sulla condizione dei lavoratori nelle città industriali dell'ottocento, che compongono degli ampi saggi sulla «cultura della povertà». Ma non si tratta, sia detto per inciso, d'una condizione permanente e irrimediabile. Già verso la metà di quel secolo, come ha osservato Deane, «se i lavoratori avessero esercitato una sia pur piccola forza contrattuale congiunta, non vi è dubbio che il livello generale dei salari sarebbe di molto cresciuto con l'espansione dell'industria...» (5). L'esperienza ha confermato che il principale rimedio, per sostenere il potere contrattuale dei lavoratori e ristabilire l'equilibrio nei rapporti di produzione e distribuzione, risiedeva e tuttora risiede nella coalizione delle forze e nell'azione comune, che presuppongono, precisamente, una coscienza di classe. (1) M. Bloch, La Societé Féodale (2) Ibidem (3) M. Dobb, Wages (4) J. Marcet, Conversations on Political Economy (5) Ph. Deane, The First Industrial Revolution La rivoluzione del ciboJamie Oliver è un cuoco britannico che ha appena lanciato una serie televisiva negli Stati Uniti: Jamie Oliver’s Food Revolution, in onda su Abc. Il cuoco, che ha già condotto molti programmi di successo in Gran Bretagna, questa volta ha l’ambizione di cambiare le abitudini alimentari degli statunitensi a partire dalle scuole e dai posti di lavoro. Impressionato dagli alti tassi di obesità, malattie cardiache e diabete, Oliver ha deciso di percorre gli Stati Uniti, cominciando dalle mense scolastiche dove i bambini imparano i fondamenti delle loro abitudini alimentari. La prima puntata della serie si svolge a Huntington, in West Virginia, che viene definita la città più insalubre d’America. “È arrivato il momento che la gente riscopra la soddisfazione e il divertimento di cucinare in famiglia. Voglio dimostrare che rompere la catena dell’obesità e delle abitudini alimentari sbagliate non è né noioso né pesante. Vincere la mia battaglia a Huntington avrà delle conseguenze per il resto del paese”, ha detto Jamie Oliver. Fonte: http://www.internazionale.it/home/?p=20409#more-20409 REGIONI A CONFRONTOLa nostra regione va bene su educazione, sanità, occupazione femminile. Eccovi una rassegna di tabelle con i dati dei principali indicatori economici delle regioni in cui si è votato il 28-29. La trovate su questo sito: www.lavoce.info I dati fino a ieri sera...e l'inizio di un cammino
Il Comune di Città di Castello ci informa che la rilevazione fatta alle ore 22 mostra un sensibile calo di votanti anche nella nostra città.
Hanno votato 16.781 elettori, pari al 51,23% dei 32.758 aventi diritto. Rispetto alle regionali del 2005, il calo è del 6,89%, pari a 2.594 elettori. Cinque anni fa, infatti, aveva già votato il 58,12% degli aventi diritto. Questo dato, che speriamo venga migliorato domattina, dice ai partiti ed ai candidati che non basta investire una montagna di soldi per farsi pubblicità (perché una campagna elettorale fatta solo di slogan e non di iniziative politiche e programmatiche è solo una operazione pubblicitaria) per ottenere il risultato di incoraggiare gli elettori ad esercitare il proprio diritto di voto. Questo dato ci dice che tutti devono fare un passo indietro e riprendere a dialogare con i cittadini, spiegare faccia a faccia il perché di una candidatura ed i caratteri programmatici della propria proposta politica. Fare tanti km, dal capoluogo fino all’ultima casa di campagna, per ricominciare a tessere il filo di un ragionamento che parli ai sentimenti di ciascun elettore. Solo così la politica tornerà ad avere un senso e l’indispensabile impegno dei giovani sarà incoraggiato. Senza falsa modestia, SEL Alto Tevere non ha speso soldi in "pubblicità". Ha speso per l’intera campagna elettorale meno di 1.000 euro; Ma ha speso tanti, tantissimi sorrisi rivolti a chi ci ha permesso di spiegare le ragioni della nostra proposta politica. Sorrisi e parole che hanno raggiunto volti di tutti i colori e persone di ogni genere e condizione sociale. Tutti, senza prestare attenzione a chi aveva la tessera elettorale in tasca, perché riteniamo che le elezioni regionali siano solamente l’inizio di un percorso, perché riteniamo che sia stato giusto far partecipi del nostro impegno anche coloro cui attualmente è negato il diritto di cittadinanza e di voto. Probabilmente non otterremo risultati enormi, ma abbiamo ottenuto il risultato più importante, quello di esserci anche il 30 marzo, e saremo pieni di sorrisi e di proposte da fare a tutti coloro che desidereranno ascoltarci e ci daranno fiducia. -- Stefano Briganti La banca del votoHa fatto qui le elementari, le medie, il liceo scientifico-tecnologico ed ora studia Scienze Politiche a Perugia. Gli ultimi 19 anni della sua vita li ha trascorsi dunque in Italia, così come i suoi genitori, e vorrebbe restare qui anche per la sessantina (speriamo abbondante) che ancora gli rimane: questa è casa sua, punto. Eppure, su internet si fa chiamare spesso Jaska Trasmigrante e normalmente mette nel suo profilo Facebook l’immagine di un uomo con la valigia, perché è così che si sente. O meglio, perché è così che lo costringiamo a sentirsi. «Faccio parte di quella consistente fetta del popolo italiano che, un secolo dopo il suffragio universale maschile e mezzo secolo dopo il voto alle donne, non potrà votare in queste elezioni. Per noi si sono dimenticati di applicare le regole della democrazia, per noi nessuno si è strappato le vesti. Noi siamo gli immigrati, siamo i figli degli immigrati e dei rifugiati, nati in Italia o arrivati qui da piccoli. Le normative vigenti sanciscono per noi lo status di cittadini di serie B. Fintantoché le leggi non cambiano non potremo essere gli Obama italiani, ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, impiegati e dirigenti pubblici, ingegneri, architetti, notai, vigili del fuoco, poliziotti, militari, bidelli, autoferrotranvieri e qualsiasi altra attività che preveda l’accesso mediante concorso pubblico». A fronte di quei milioni di italiani che in queste ore stanno disertando le urne, Jaska morirebbe dalla voglia di votare. Perché la sua Regione sta eleggendo un nuovo presidente e lui – che pure è impegnato in politica – non può partecipare alla scelta, per almeno due motivi: il primo è che, nonostante sia italiano di fatto, è ancora straniero di diritto, a causa di una legge sulla cittadinanza che aspetta solo di essere cambiata; il secondo è che, cittadinanza o meno, l’Italia non ha ancora applicato quella disposizione della convenzione di Strasburgo che estende il diritto di voto alle amministrative anche ai residenti non comunitari. Vorrei lanciare una provocazione, ma è una provocazione seria: se c’è tra i lettori di questo blog (o tra i loro conoscenti) un cittadino italiano residente in Umbria che magari non sarebbe andato a votare, perché la politica non gli interessa o perché non si riconosce in nessun candidato, contatti tra oggi e domattina Jaska (jaska.singh@gmail.com) e vada a votare a nome suo. Tenetemi aggiornato: se funziona questa specie di banca del voto, abbiamo inventato una nuova forma di disobbedienza civile. P.S. Non vorrei esagerare, ma proviamoci lo stesso: se c’è qualche ragazzo di seconda generazione che ha lo stesso problema di Jaska, scriva nel testo dei commenti il proprio nome, la propria mail e la Regione (o il Comune, se deve eleggere anche un sindaco) in cui risiede ma non ha diritto di voto. Non si sa mai. -- Andrea Sarubbi Fonte: http://www.andreasarubbi.it/ A dita incrociate...
Siccome questa sera non ho un cacchio da fare, mi sono deciso di postare una riflessione sul "dopo" di queste elezioni. Una riflessione "post voto prima del voto": un'operazione che nessun "politico" arrischierebbe mai...
Ritengo che ognuno di noi abbia fatto bel oltre quello che era possibile fare (un riconoscimento credo vada tributato all'instancabile Pietro Villa, vero trascinatore di questa campagna elettorale). Il candidato è (possiamo pur dire "era", visto che la campagna si è conclusa, anche se non si è ancora votato) quanto di meglio potessimo schierare. E' mancata, a mio avviso, un pò di "vis" polemica, e qualche volta siamo mancati nel prendere posizione sui problemi del territorio. Tuttavia, credo, la nostra campagna elettorale è da annoverare sicuramente fra quelle "impegnate" (ben diversa, ad esempio, da quella, vergognosa, della "Sinistra Arcobaleno"). Io mi accontenterei di un numero di voti "dignitoso". Non credo che, almeno qui in Umbria, si possa sperare in un "exploit" (tanto sperato quanto improbabile). Un numero di voti che ci possa consentire di continuare a far politica "seriamente", in vista di quello che io ritengo essere il vero "giudizio universale" non solo per SEL, ma più in generale per tutta la sinistra italiana: il voto, fra tre anni, per le nazionali. La politica locale è importante, ma lo è di più quella "parlamentare". Perchè solo quest'ultima garantisce quella "visibilità" che permette a un partito di sopravvivere nell'epoca della "televisionizzazione di massa". E' solo tale "visibilità" che permette a un partito come l'IdV (poverissimo dal punto di vista culturale) di prendere il 7% dei consensi. Dunque fra tre anni la sinistra italiana (intendendo con "sinistra" il movimento politico che riconosce ed avversa la categoria di "capitale") sarà chiamata a uno sforzo tremendo, perchè non potrà fallire l'obiettivo di rientrare in Parlamento. Ogni "mezzo" dovrà essere usato pur di raggiungere questo "fine". Credo che SEL abbia tutte le potenzialità per poter ambire a un ruolo di primo piano nello scenario politico italiano. Essa supera, da una parte, l'ideologia "dialettica" dell'ortodossia "slava" (con tutto il suo retorico repertorio di simbolismi e concettualizzazioni sulla centralità della classe dirigente - che vuol dire poi scarsa simpatia per la stessa democrazia...); dall'altra recupera però una versione genuinamente "storica" del marxismo, e si fa "contaminare" dalle correnti culturali più disparate (un'operazione che, per la verità, la sinistra italiana avrebbe dovuto fare fin dai tempi di Togliatti...). Ciò che ne risulta è, a mio avviso, qualcosa di veramente interessante, qualcosa che, finalmente, avvicina la sinistra italiana alle sinistre europee. Se, dunque, non vogliamo "morire dipietristi", estasiati davanti ai monologhi (a volte retorici) di Travaglio, o davanti al "gossip" (spesso lo è) del "Fatto quotidiano", questa è la SINISTRA che dobbiamo volere. Come possiamo, noi militanti, trascurare che, proprio nel momento in cui la sinistra ha dimenticato di essere se stessa, c'è un fermento eccezionale in tutto il mondo accademico? Come possiamo ignorare che concetti come quello di "plusvalore", o di "lavoro alienante", sono ormai oggetto di analisi perfino per "L'Osservatore Romano"? Come è possibile, oggi, non riproporre l'interpretazione di sinistra dei fatti? Ed accettare supinamente che TUTTO possa ridursi all'avversione per UN individuo (Berlusconi)? Io credo che una sinistra che voglia davvero chiamarsi tale non può non mettere "sul piatto" l'avversione non per UN individuo; ma per una intera categoria (il Capitale): per questo non possiamo, e non vogliamo morire dipietristi: il nostro "nemico" è Berlusconi non tanto perchè va a mignotte e si fa le leggi pro-suo, ma perchè il Capitale, che lui rappresenta nella forma più estrema, nel suo movimento espansivo pretende di sostituirsi allo "stato". Perchè, tramite lui, la Democrazia decade e diventa Demagogia. Perchè non è SOLO LUI... Per non morire dipietristi (davvero una triste scelta del meno peggio...), le elezioni di domani sono comunque importantissime. Incrociamo le dita (sperando nelle capacità "mediatiche" di Vendola...) -- Mauro La campagna elettorale è terminata
La campagna elettorale è terminata. Ora finalmente gli elettori possono tirare un respiro di sollievo, finalmente sono esentati dal turbinio di lettere recapitate, faccioni spalmati sui manifesti, maiali sacrificati sull'altare delle porchette elettorali.
Colgo l'occasione per invitare tutti al voto, e soprattutto per ringraziare coloro che si sono impegnati per SEL Alto Tevere. Pietro, Cristina, Clara, Lucia, Francesca, Jaska, Matteo, Mauro, Gabrio, Giulio, Giuseppe, Rosalba, Francesco... naturalmente Elena e tanti altri compagni e compagne. Loro sono stati i veri protagonisti di questa campagna elettorale, quelli che hanno "sentito" sulla pelle il valore delle nostre idee, quelli che si sono "spesi" senza alcuna contropartita al loro impegno, quelli che sanno che da martedì prossimo c'è di nuovo da rimboccarsi le maniche per "allattare" la nostra creatura. Sono quindici anni che faccio politica attiva, e non mi era mai capitato di trovare tanta solidarietà e tanta sincerità come nel loro impegno. A loro va tutta la mia stima tutta la mia riconoscenza; al di là del risultato che otterremo, so di aver trovato degli amici e delle amiche, ed in politica non è così frequente. Grazie a tutti, di cuore. -- Stefano Briganti
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